La Croce della Reit

Pensieri in libertà (per toccare le sensibilità più nobili)

La Croce della Reit

Le belle e soleggiate giornate di maggio, sono un invito indeclinabile a vivere, per quanto possibile, all’aria aperta e, questo senso di libertà, ci stimola a superare l’indolenza invernale per intraprendere, con gaio spirito, le prime passeggiate di mezza primavera. Fra i tanti innumerevoli itinerari che l’amena e deliziosa località di Bormio propone, uno in particolare, in questa occasione, merita qualche attenzione, così da indugiare un po’ per qualche appunto: si tratta del tracciato che, dalla Pedemontana di Bormio porta, inerpicandosi con numerosi tornanti, al poggio sovrastato dalla Croce della Reit. Non voglio parlare della storia di questo suggestivo sentiero e della Croce che ne e’ la prima meta ma descrivere le considerazioni spontanee, suggerite dall’ambiente naturalecircostante e le sensazioni che accompagnano il sentire profondo di essere parte diquesto straordinario universo, racchiuso, in questo caso, lungo il camminamento e neipochi metri quadrati del belvedere lassu’.Solo con sguardo attento e vigile, con la volontà di oltrepassare l’esperienza ordinariadi osservare distinguendo tra soggetto e oggetto (fattore determinante per una illusoriapercezione) , possiamo concederci la gioia di apprendere, dal solo mirare, la vitaleessenza delle componenti naturali, cogliendone a pieno il senso e il valore olistico.L’irta salita, fin dai primi passi, ci dona il piacere di fermarci, via via e più volte, lungoil percorso, per concederci momenti di riposo, i quali sono occasioni non soltanto distupore nell’osservare il panorama, rotto qua e la’ dagli ampi rami di larice, ma anche dimeraviglia nell’ indagare l’habitat che si profila ricchissimo intorno e ai piedi delleimponenti aghifoglie.Scrutare attentamente questo ambiente, porta a comprendere quanto sia straordinariol’ecosistema forestale ove sono presenti copiose forme di esistenza.Esse, le possiamo scoprire ovunque anche dove apparentemente la vita ha cessato dipulsare.Pensiamo per esempio agli alberi abbattuti, ai rami secchi sparsi un po’ ovunque nelbosco, ai ceppi di piante tagliate o sradicate dalla turbolenza del tempo.Se vi si avvicina, non solo possiamo visivamente scorgere alcuni abitanti di questiluoghi muoversi in ogni dove ma anche, tendendo l’orecchio, possiamo sentireimpercettibili suoni che danno, pur nella loro debole infinitesimale capacita’ sonora,l’idea di quanto il legno morto, in fase marciscente, sia luogo, origine e sviluppo divita, tanto più di quanto si possa immaginare.Nelle necromasse legnose trovano nutrimento e rifugio migliaia di insetti.Agli xilofagi, categoria di piccoli animali che si nutrono di legno, vi sono altri tipi diinsetti che ivi risiedono per la riproduzione, quali le larve di api, vespe, zanzare emosche. Quest’ultime due sono addirittura in grado di coltivare batteri o funghinecessari alla loro nutrizione.Con i coleotteri e gli imenotteri, nel materiale legnoso in decomposizione, trovano unambiente ideale anche alcune larve di tipule e sirfidi le quali ultime, una volta adulte,hanno un caratteristico volo stazionario, suggestivo a vedersi tra i giochi di luce deiraggi del sole, filtrati dalle fronde degli alberi del bosco.La presenza di tutti questi piccoli esseri, e’ fondamentale non solo per l’esistenza di altriinsetti predatori o parassiti ma anche per la nutrizione di alcuni uccelli (picchio, civettaecc).Le speci per così dire "forestali" degli insetti, rispetto ad altri che risiedono in ambientiaperti, sopravvivono solo grazie a precise peculiarità ambientali e in biotopi circoscritti;le ridotte capacita’ di spostamento, discendenti da queste severe condizioni di vita,esigono la conservazione dei luoghi a loro specifici, costituendo una priorità che aciascuno dovrebbe suggerire un atteggiamento favorevole alla relativa salvaguardia.Appagata la vista, anche il nostro spirito si sente compreso e parte del meravigliososcenario.Il mondo degli insetti, e’ tanto vasto e numeroso nelle varietà delle speci quantodelicato.I fattori di squilibrio in atto, a danno dell’ecosistema, creano profondissime ferite allecondizioni di vita anche di questi piccoli esseri, a torto ritenuti fastidiosi se nonaddirittura nocivi.Essi invece hanno una funzione rilevantissima che poggia sulla costante relazione trabiocenosi e luogo di vita, garantendo la conservazione della biodiversità, catena di tantianelli inscindibili.Oggi possiamo misurare, con dolore, una loro sensibile diminuzione, prodotta in parteper opera dei cambiamenti climatici, per altra per il dissennato intervento umano nellosfruttamento del territorio montano. Alcuni studiosi poi, denunciano la irrimediabilescomparsa di alcune specie endemiche e, con preoccupazione per la consistenza delproblema, ci informano dell’aumento di categorie alloctone a danno delle autoctone,con risvolti devastanti e probabilmente irreversibili.Come si vede il problema si manifesta in tutta la sua imponenza e va assolutamentemarginato educando a una coscienza collettiva per la vita.Già, un’altra volta incontriamo il termine coscienza, lemma del quale abbiamo tentatouna prima concettualizzazione in un precedente articolo apparso in questa bella vetrinadi Legambiente Bormio.Oggi, inevitabilmente, dobbiamo nuovamente ritornarvi per insistere ed approfondirel’analisi del concetto "coscienza", parola tanto comune e abusata nel lessico ordinarioquanto in profondità poco conosciuta, per tendere a scoprirne un aspetto del suosviluppo e del suo potere.Per far questo ci affideremo a una similitudine.Pensiamo a una delle più piccole unita’ viventi cioè alla cellula.Confortati dalle scienze cognitive, oggi sappiamo che questa esprime una dimensionecosciente nella capacita’ di reagire all’ambiente, di alimentarsi, di riprodursi.Il nostro corpo, quale agglomerato di cellule, a sua volta, manifesta un grado dicoscienza ben superiore a quello della somma delle cellule che lo compongono, sino apoter asserire che il grado di raffinatezza, sofisticazione e complessita’ organizzativaumana appunto, e’ ben più dell’insieme di tutte le cellule del corpo.Per analogia, se ci uniamo ad altre persone che con noi hanno uno scopo comune,un’idea portante, un interesse affine, avremmo la sorpresa di produrre insieme fenomenistraordinari, proprio come accade al nostro corpo al quale, come detto, e’ data unacoscienza superiore agli apporti dei suoi elementi fondanti (cellule); l’adesione dunquee l’affinità di un pur libero pensiero partecipa alla costruzione di una coscienzacollettiva.Non mi dilungo oltre sul tema ma non posso evitare di sottolineare l’esigenza chesempre più persone debbano cogliere l’essenza della capacita’ di aggregazione, affinchéessa possa assurgere a stato condizionante alla propria formazione intellettuale.Essa mette a fuoco e aiuta a riconoscere, inducendoci ad opporci, il talvolta insidiosoatteggiamento di alcune istituzioni pur destinate, per statuto, alla "protezione dellanatura, del territorio, dell’etica", le quali agiscono ignorando totalmente le esigenzelegate al rapporto uomo/natura e agli impatti sulla natura da parte dell’uomo,sottovalutando, in modo grave, la spirale distruttrice dei modelli economici della nostramoderna società che sopravvive alimentando comportamenti diretti al solosoddisfacimento di bisogni materiali di sviluppo sociale o di ricreazione fisica (effimeriper definizione), rinunciando ed occultando, il bisogno primario individuale che risiedenell’interscambio con il proprio ambiente. Ciò viene fatto con tanta raffinata capacita’ emaestria che già, molti di noi, non stimano il grado del danno prodotto riducendosi aduna lettura dei fenomeni con distratta accondiscendenza.Comunque poiché la salita e’ già pesante di per se non aumentiamo il bagaglio.Prossimi alla Croce, si scorge aprirsi un bellissimo poggio sulla Valdidentro a destra, laVal Furva a sinistra e, di fronte, la Valdisotto.Il panorama e’ suggestivo.Ai nostri piedi i tetti di Bormio, ora rivestiti di brune coperture in pietra ben disposte,ora ricoperti di lamiera, la quale, pur velata dalla patina del tempo, ancora rifrange iraggi del sole con bagliori che squarciano a tratti l’aria.Si nota dominante, alto e acuminato, il campanile della Collegiata, la torre merlata delKuerc, la cupola ottagonale di S. Ignazio, immagini tutte che ci fanno godere la caldaatmosfera di una fiaba.In questo straordinario ambiente di incontro con flora e fauna, che la mia tradizioneinvita a vedere come immagine di perfezione divina che si manifesta nella materia, inquell’equilibrio, in quella fine aria, in quel passaggio di protagonisti di terra e di celo,sorge la Croce, uno dei simboli più importanti di tutta l’umanità, certamente li’ issata aricordo del supplizio e dell’amore di Dio al quale chiedere salvezza.Questo simbolo, tra i più antichi, ha diversi significati. Qui non mi addentrerò oltrelimitandomi a un passaggio veloce sul senso simbolico a me più congeniale, cioèquello a cui fa riferimento l’antica Tradizione che scorge in Essa il segno dellacorrispondenza con il microcosmo, nell’evidenza delle sue proporzioni auree (1618 dettoPhi ) alle quali il mondo biotico soggiace, l’Uomo Vitruviano, in contrapposizione alsignificato macrocosmico in maggioranza richiamato.Nel senso qui adotto dunque, la Croce, la Croce della Reit, e’ la Croce che puòprescindere dalle Fedi e dalle credenze ma alla quale nessun uomo potrà rinunciarviperché lui stesso ne e’ da Essa rappresentato.La Croce della Reit e’ mistica e universale, fuori e dentro le nostre considerazioni, E’.E’ testimonianza degli orridi, dei burroni e dei vertiginosi pendii rocciosi di Val d’Uzza,E’ lo scrigno al quale affidare la fatica della nostra appena affrontata salita e di quelleche verranno, E’ ringraziamento della prodigalità della natura, si perché la traduzioneVitruviana, destina ad Essa i quattro elementi di cui la natura appunto ne e’ colma :fuoco, acqua, aria, terra; la natura, centro stesso e ragione della nostra vita pratica econtemplativa, alla quale dobbiamo rivolgere ogni atto con rispetto, con ammirazione,con l’intensità propria della nostra condizione umana, con lo spirito ricordato in unpasso di una poesia di Victor Hugo "...dall’astro al microbo l’immensità si ascolta ...".Questo e’ l’insegnamento che si può trarre dai tanti "attori" che lungo il camminoabbiamo incontrato e che chiedono la nostra intransigenza a non permettere che, lacupidigia di pochi danneggi molti, che la collettività non si tramuti in raggruppamento,che il nostro ambiente bormino non sia solo destinato allo svago, a recinto ecologico(parco dello Stelvio), a cassaforte idrica ma che sia prima di tutto luogo da abitare, luogo di solidarietà, luogo di comunità, luogo ....naturale. Così saremo veramente tutti più ricchi.

Luca Matteo Rapallino 


Data: 24/04/2012